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Semplice ma non semplicistico (elogio alla fatica)

Scritto da Alessandra Arpi

 semplice semplicistico

C'è stato un anno – 2014 o 2015, non riesco a definirlo con precisione – in cui la socialità serale girava intorno all'apericena. Per un periodo ragionevolmente lungo tutti i locali, dalle panetterie ai sushi bar, hanno proposto quell'essere mitologico dalle fattezze di un aperitivo e dalla quantità di una cena. Uno dei rari casi in cui la combo di due termini italiani ha battuto qualsiasi anglicismo: nemmeno happy hour ha retto al confronto. Tanto che la proliferazione del termine ha coniato neologismi di ogni sorta; dall'aperibimbo all'aperipollo, culminando nel ginnico aperizumba.
Poi, così com'è arrivato, l'apericena è (quasi) svanito. Nel limbo che raccoglie anche la mucca pazza e gli Eiffel 65.

Tutto questo per dire che la parola storytelling è l'apericena del 2016. Sia nel lessico – lo storytelling oggi sta ovunque, nella politica, nel marketing e nel giornalismo – che nelle modalità: qualsiasi straccio di testo, video o fotografia, oggi, è definito storytelling.

È pur vero che ascoltare o leggere una storia è il modo più semplice per ricordare o imparare qualcosa, dall'inizio dei tempi. Ma per raggiungere la semplicità ci vuole fatica, ricerca della chiarezza, idee ordinate. Scivolare dal semplice al semplicistico è un attimo. Provo a riflettere sul perché.

 

GLI ARGOMENTI DEL POST
Storia, narrazione e tensione
Per comunicare un valore non basta mostrarlo
Scrivere semplice non è affatto semplice
Be suspicius about story

 

Storia, narrazione e tensione

Quando ho iniziato a studiare all'università questi temi – e non era proprio il 1950 – si parlava perlopiù di narratologia. Un passettino indietro verso un termine nostrano, non adottato dall'inglese con tutte le sue innumerevoli sfaccettaure che, si sa, in fase di 'adozione' vengono limate se non addirittura perse per strada.
Fatto sta che è stata riportata in auge una concezione vecchia come il mondo, tra i miti e la parabole antiche. Il punto in comune di qualsiasi storia non è raccontarla tanto per fare. Ma è raccontarla per comunicare qualcosa. Un valore, una morale, un insegnamento, una postilla che si insedia lì, nel cervello, e vi rimane aggrappata.
Porsi come storyteller è decisamente ambizioso e complesso, lungi da me farlo, proprio perché dietro a una storia semplice, chiara ed efficace c'è uno sforzo intellettuale non da poco. Non basta mettere insieme una serie di eventi.

Robert Scholes e Robert Kellogg, padri di una delle più significative definizioni di narrativa, sostengono che affinché ci sia una storia è indispensabile un processo di trasformazione. Questo è ciò che noi generalmente chiamiamo trama. Nella trama di una storia c'è una costante: la tensione da uno stato di crisi a uno di risoluzione.
Se vogliamo che una storia renda davvero, sappia coinvolgere e soprattutto comunicare qualcosa di sensato, una fotografia di cosa è accaduto non basta.

Per prendere la citazione di uno degli sceneggiatori più brillanti dei nostri tempi, Robert McKee – che, tra le altre cose, ha scritto la sceneggiatura di Forrest Gump ed Erin Brokovic - possiamo dire che:

Any intelligent person can sit down and make lists. It takes rationality but little creativity to design an argument using conventional rethoric. But it demands vivid insight and storytelling skill to present an idea that packs enough emotional power to be memorable. If you can harness imagination and the principles of a well told story, then you get people rising to their feet amid thunderous applause instead of yawning and ignoring you.

Per comunicare un valore non basta mostrarlo

Allo stesso modo degli studiosi Kellogg e Scholes, anche McKee ci ribadisce che

A story expresses how and why life changes. It begins with a situation in which life is relatively in balance: you come to work day after day, week after week, and everything's fine. You expect it will go on that way. But then there's an event that throws life out of balance. You get a new job, or the boss dies of a heart attack, or a big customer threatens to leave. The story goes on to describe how, in an effort to restore balance, the protagonist's subjective expectations crash into an uncooperative objective reality. A good storyteller describes what it's like to deal with these opposing forces, calling on the protagonist to dig deeper, work with scarce resources, make difficult decisions, take action despite risks, and ultimately discover the truth. All great storytellers since the dawn of time – from the ancient Greeks through Shakespeare and up to the present day – have dealt with this fundamental conflict between subjective expectation and cruel reality.

Insomma: raccontare una storia è far emergere la complessità del cambiamento, dell'adattarsi a nuove situazioni, del superare ostacoli. Bisogna scavare dentro alle situazioni per farlo, non basta presentarle così come sono.

Chi racconta storie – e soprattutto chi le legge! – non vuole solo sentirsi dire quanto ciò che succede sia bello, meraviglioso e roseo. Per far sì che un valore venga trasmesso ci vuole lotta, fatica, spesso e volentieri anche sofferenza. Altrimenti suona fasullo, irraggiungibile e stucchevole. Semplicistico (ma tutt'altro che semplice).
Quando si raccontano storie su come si sia vinta una dura battaglia (lavorativa, personale, emotiva) chi legge percepisce una persona dinamica, forte, caparbia.
Mostrare la verità delle cose, nelle storie, le rende credibili. Vere. Vicine a chi le legge.
Un bell'articolo di Paolo Iabichino parla proprio di questo. Dice che comunicare, oggi, significa prima di tutto mettere in scena la propria verità. Con tutte le sfumature oscure, meno piacevoli; perché sono quelle che ci hanno effettivamente portato dove siamo.

Lo storytelling è tensione

Scrivere semplice non è affatto semplice

Quando proviamo a raccontare una storia superficiale, senza averci lavorato un po' dal punto di vista valoriale, senza aver scavato bene in fondo, ce ne accorgiamo: alla seconda rilettura suona scialba, finta. Semplicistica, altro che semplice. Tante volte mi capita di imbattermi in racconti con punti di vista così costruiti, nel giornalismo, nella comunicazione aziendale e in quella politica. Scrivere semplice non è affatto semplice.

Con la scusa di proporre qualcosa di semplice ci viene sventolato sotto il naso qualcosa di semplicistico. Riduttivo, incompleto. La vera meraviglia della semplicità è mostrare la totalità delle cose con chiarezza. Scrivere una storia limpida ed emotiva è la vera potenza. Spesso ci si chiede quanto tutto questo parlare di storytelling si riferisca davvero all'arte di raccontare qualcosa. In qualsiasi ambito. Forse un buon modo per iniziare – o continuare – a farlo è proprio scavare più a fondo. Riscoprire le basi e metterle in pratica. Con la creatività di cui siamo capaci.

Be suspicious about stories: 'a mess can be liberating'

Quando riesco a ritagliarmi un po' di tempo (leggi: smettendo di scorrere a caso, alla fine della giornata, le home dei vari social e spostandomi su qualcosa di mirato) adoro isolarmi con le cuffie e godermi un TED talk. Poco tempo fa ho ascoltato quello di Tyler Cowen, un economista americano, che ti consiglio assolutamente di guardare. Sono 15 minuti davvero ben spesi.
Cowen apre il suo speech sostenendo di diffidare delle storie troppo semplici. Conta che, secondo uno studio da lui citato, alla domanda 'Quale metafora descrive meglio la tua vita?', le persone hanno risposto:

  • Un viaggio 51%

  • Una battaglia 11%

  • Le stagioni 10%

  • Un romanzo 8%

  • Una gara 6%

  • Una performance live 5%

Se guardiamo le percentuali troviamo un numero incredibile di persone che si identifica in una storia – viaggio, battaglia, romanzo che sia. In questo modo diamo ordine al caos che osserviamo, con modelli molto simili. Il pericolo, secondo Cowen, è quello di semplificare troppo i valori che comunichiamo in una storia, appunto, elementare e ridotta. Semplicistica. Quando le nostre storie confrontano due valori opposti, come bene e male, in maniera eccessivamente netta e limitata, riduciamo il reale a una gara. Una lotta. Tra chi vince e chi perde. Tutto questo è semplicistico.

Il problema delle storie è che devono essere allo stesso tempo semplici ma complete. Chiare ma in grado di abbracciare la complessità del reale. Quasi impossibile, mh?
Ecco perché costruire un racconto che funzioni ma non riduca tutto a qualcosa di troppo semplice, persuasivo e quasi manipolatorio, è davvero difficile.

forme nuove racconti


Ciò che Cowen suggerisce di fare – e qui sembra un paradosso, ma non lo è – non è di smettere di pensare in termini di storie. Anzi. Essere attratti dal racconto è nella nostra natura di esseri umani. È così che impariamo, sin da piccolissimi. Il suggerimento è invece quello di essere sospettosi sulle storie. Tutte? No, solo su quelle che sembrano essere troppo di ispirazione. Esageratamente grandiose. Di uno scintillio accecante. Quei racconti che non sono incentrati su reali opportunità, sul complesso groviglio di conseguenze involontarie delle azioni umane. Ciò che Cowen consiglia è letteralmente

don't let those stories make you too happy.

L'unico vero antidoto per non leggere – e scrivere – storie semplicistiche è quello di dar loro un po' più di caos. Più realismo e verità. Ma come, questa mi dice di scrivere semplice e poi di aggiungere caos? Sì, caos nel senso oscurità. Sfumature. Realtà in cui difficilmente tutto è tipicamente dialettico e conflittuale come nelle fiabe, buono/cattivo, dolce/amaro, reale/irreale, conveniente/sconveniente. Leggere e ascoltare storie con questa impostazione mentale, quella di non accettare il racconto così com'è, sempre bello e scintillante, ci fa capire cosa, in quella narrazione, ha valore.

Be more comfortable with 'messy'. Be more comfortable with 'agnostic'.

L'accettare di non riuscire ad avere tutte le carte in mano per essere certo di qualcosa è umano. È liberatorio. E stimola a leggere, ascoltare e vivere altre storie con cui farsi un'idea.
Non riduciamo tutto alla semplicità più frivola. Diamoci spazio per il complesso. Tentiamo di ordinarlo, di dare un senso, continuiamo a farci domande. Ma non richiudiamolo in modelli tutti uguali. Lasciamoci la libertà di dare ai nostri racconti forme nuove, e vediamo dove ci portano.

E tu, quanto sei a tuo agio con le storie?

Lascia la tua opinione, è molto preziosa per me.

Questo l'ho scritto io
Alessandra Arpi
Author: Alessandra ArpiEmail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Sono giornalista e web writer, mi occupo di raccontare online le storie di professionisti, enti e aziende.
Ho vissuto in America, un po' ci ho lasciato il cuore, amo il sushi e faccio le orecchie ai libri.